Il leggendario Volkswagen Maggiolino, un'icona automobilistica che ha segnato epoche e culture, uscito di produzione nell'estate del 2019, continua a suscitare sogni e speculazioni sul suo possibile ritorno. L'idea di una sua rinascita in chiave completamente elettrica non è più confinata al regno della pura fantasia, ma si alimenta di segnali concreti e di un crescente interesse sia da parte del marchio tedesco sia del pubblico globale.

Un Fenomeno Popolare e Culturale
Il Maggiolino di Volkswagen ha attratto oltre 23 milioni di persone in tutto il mondo nel corso della sua straordinaria carriera produttiva. Con soprannomi affettuosi come "the Bug" (l'insetto) in inglese, "Käfer" in Germania, "Kever" nei Paesi Bassi o "Escarabajo" in Spagna, questo veicolo si faceva notare tra la folla, diventando più di una semplice automobile: un vero e proprio fenomeno culturale. Detiene attualmente il record di auto più longeva del mondo, essendo stata prodotta ininterrottamente per sessantacinque anni. La sua genesi affonda le radici in un'epoca di grandi trasformazioni sociali e politiche. La sua produzione ebbe inizio durante il Terzo Reich per volere di Adolf Hitler, il quale, convinto che l'automobile non dovesse essere un privilegio per le classi più abbienti, in un discorso del 1934 annunciò la sua scelta di mettere in commercio un veicolo che fosse accessibile all'intera popolazione tedesca. In quegli anni le automobili, almeno in Europa, non avevano prezzi accessibili al cittadino medio.
I progettisti interpellati furono Ferdinand Porsche e Jakob Werlin della Mercedes-Benz. Vinse il progetto del primo, che ebbe il compito di realizzare un'auto con caratteristiche ben precise, fornite da Adolf Hitler stesso, soprattutto in funzione di viaggiare comodamente sulle prime autostrade: capacità di trasportare 5 persone o tre soldati e un mitragliatore, viaggiare oltre i 100 km/h consumando in media 7 litri per 100 km e non avere un prezzo superiore ai 1000 Reichsmark. Un operaio guadagnava in media 130 Reichsmark al mese, ma i meno abbienti erano stipendiati con circa 110 Reichsmark al mese, con ben poche possibilità di risparmio; l'auto più economica all'epoca era la Opel 1.2 L, la quale tuttavia costava 1550 Reichsmark, al cui prezzo di listino andava aggiunta una percentuale per il concessionario. In realtà, Ferdinand Porsche aveva in mente un progetto simile già dal 1929, quando aveva proposto la sua idea alla Mercedes-Benz prima, e alla Zündapp, produttrice di motociclette, in seguito. Nel 1932, con la Zündapp, Porsche aveva sviluppato tre prototipi marcianti di un modello denominato Porsche Typ 12, detto anche "Auto für Jedermann" ("Auto per tutti"), con motore radiale a cinque cilindri raffreddato ad acqua (scelto dall'azienda), e nel 1935 due prototipi di Porsche Typ 60, con motore boxer a quattro cilindri raffreddato ad aria. Nel 1936 vennero allestiti i primi tre prototipi, due berline ed una cabriolet, fortemente ispirati sia nella tecnica che nel design a un prototipo già esistente, la Tatra V570 disegnata da Hans Ledwinka. L'automobile venne inizialmente nominata KdF-Wagen, Kraft durch Freude-Wagen, ovvero "auto della Forza attraverso la Gioia", dal nome dell'ente dopolavoro/ricreativo di stato Kraft durch Freude. Porsche tentò di opporsi a tale nome, ma la scelta era indiscutibile. La messa in atto, il finanziamento e l'organizzazione della motorizzazione di massa vennero nel Reich affidate alla KdF, l'istituzione pubblica che offriva a prezzi popolari vacanze, spettacoli e divertimenti in genere. I colossali investimenti necessari alla enorme capacità produttiva richiesta alla fabbrica, uniti al fatto che il prezzo alla vendita previsto per l'auto non garantiva alcun ritorno all'industria privata, costituivano un problema di difficile soluzione: per rispettare la promessa propagandistica, si decise che i lavoratori stessi si sarebbero accollati i costi dell'operazione. Questo primo modello, caratterizzato dal piccolo lunotto posteriore separato in due parti, è noto in Italia come "due vetrini". Infatti il nome "Maggiolino" non le è stato attribuito sin dall'inizio. In azienda era identificata come "Typ 1".
Lo sviluppo tecnico del Maggiolino fu un processo continuo, che vide l'introduzione di numerose varianti e miglioramenti nel corso dei decenni. Dalla versione militare come la Schwimmwagen (Typ 166), un'anfibia capace di guadare ad una velocità di 10 km/h e sempre sviluppata sulla base della Kübelwagen, dotata di trazione integrale e di una elica ribaltabile collegabile con un prolungamento all'albero motore. Le ruote anteriori fungevano da timone, e il passo accorciato rispetto al modello da cui derivava permetteva alla Schwimmwagen una buona manovrabilità in acqua. La Kommandeurwagen (Typ 87) era il Maggiolino in versione bellica; sviluppato sulla base della Kübelwagen, era dotato di tetto in tela ripiegabile, trazione integrale, cambio con rapporti ridotti, differenziale autobloccante. Terminata la guerra, gli edifici di Wolfsburg erano quasi completamente distrutti dai bombardamenti e i macchinari superstiti, trasferiti in decine di cantine e autorimesse private. Gli alleati pensarono di completare la demolizione, ma il salvataggio dell'azienda venne proposto da Ivan Hirst, un ufficiale inglese, ingegnere meccanico e particolarmente esperto di automobili, che ipotizzò di rimettere in funzione la fabbrica allo scopo di costruire automezzi per l'esercito britannico. L'ipotesi di Hirst venne in seguito abbandonata, ma il suo piano fu al momento approvato dalle autorità inglesi, a patto che egli sovrintendesse personalmente all'opera di ricostruzione ed avviamento della produzione, impiegando la manodopera esistente. I lavori di ricostruzione muraria, affidati agli operai italiani, furono terminati negli ultimi mesi del 1945 e, dopo una veloce sistemazione delle infrastrutture, la produzione riprese tra mille difficoltà, riuscendo in breve tempo a stabilizzarsi sul migliaio di maggiolini al mese. Questo era il break even point produttivo: al di sotto delle 1000 unità lo stabilimento sarebbe stato inefficiente e quindi chiuso. Per raggiungere l'obiettivo di produzione, Ivan Hirst si avvalse di Richard Berrymore: ex ufficiale della RAF, si era fatto una grande esperienza nella produzione di massa, lavorando per la General Motors prima della guerra. Riavviata l'azienda e venuto il tempo di far ritorno in patria, il maggiore Hirst dovette scegliere un direttore tedesco per la nuova Volkswagen; un compito non facile visto che la quasi totalità dei manager tedeschi era compromessa con il passato regime nazista. La scelta cadde su Heinz Nordoff che, prese le redini aziendali il 1º gennaio 1948, seppe magistralmente proseguire l'opera di Hirst, portando al giusto regime il ritmo produttivo, fino a vendere, nel 1949, quasi cinquantamila esemplari. Nel frattempo l'ingegnere Ferdinand Porsche, accusato nel 1947 di crimini di guerra e arrestato in Francia, venne liberato. Morì il 30 gennaio del 1951, lasciando a suo figlio Ferdinand "Ferry" Porsche la guida della sua casa automobilistica appena fondata. Pare che, una volta tornato in Germania, si commosse vedendo quanti "suoi" Maggiolini giravano per le strade.
Nel 1948 viene introdotto il modello Typ 1/113 detto Export-Modell, versione molto rifinita, ricca di cromature e destinata ai mercati stranieri più ricchi, come la Svizzera. Da questo momento lo sviluppo dei modelli Standard (Typ 1/111) ed Export (Typ 1/113) viaggia su binari paralleli, ma con tappe diverse. Infatti alcune migliorie meccaniche e funzionali verranno introdotte prima sul modello Export e solo più tardi sul modello Standard. Nel 1950 viene adottato per il modello Export il sistema frenante idraulico e il volante a due razze, mentre per tutti i modelli, il posacenere e il tetto apribile in tela gommata. Viene introdotto il termostato automatico per il raffreddamento del motore e il filtro dell'aria cilindrico a cartuccia. Inoltre vengono apportate migliorie alle barre di torsione delle sospensioni. Sul cofano anteriore viene apposto lo stemma rotondo e cromato VW. Il clacson viene posto dietro il parafango sinistro, nascosto da una piccola griglia circolare e cromata (verniciata sul modello Standard con lo stesso colore della carrozzeria). Nel 1951 furono introdotti gli ammortizzatori telescopici posteriori. Dal punto di vista della carrozzeria, per il solo modello Export, venne inserito un listello cromato al parabrezza, lo stemma smaltato di Wolfsburg sul cofano anteriore e convogliatori d'aria ai fianchetti. Nello stesso anno, lo Studio Porsche lavorò per un breve periodo ad un motore diesel su base del propulsore originale a benzina da 1192 cm³, portato a 1290 cm³, mantenendo invariato il raffreddamento ad aria e lo schema dei cilindri, con una potenza di 25 cavalli a 3300 giri al minuto e un peso inferiore ai 40 chilogrammi. Furono progettati due prototipi, un Maggiolino e un Typ 2. Nel 1952, i convogliatori d'aria ai fianchetti vengono eliminati in favore di deflettori alle portiere. Il diametro delle ruote fu ridotto con l'adozione di cerchi da 15 pollici (5,60 × 15). Vennero rinnovati il cruscotto e il comando delle frecce al volante. Nel 1953 viene introdotto il lunotto posteriore ovale e non più diviso in due parti. Questo modello, molto apprezzato soprattutto nella versione Export, è individuato oggi dagli appassionati col soprannome di Ovalino. Nel 1955 viene realizzato il milionesimo Maggiolino, oggi conservato nel Museo Volkswagen di Wolfsburg. Ad agosto dello stesso anno fu introdotta una nuova modalità per la catalogazione dei modelli, il cosiddetto "model year" (MY): le modifiche e le migliorie vengono messe in produzione a partire dal 1º agosto dello stesso anno, ma fanno riferimento all'anno successivo. Nel 1956, viene adottata una marmitta con due tubi di scappamento: cromati per la versione Export, completamente neri per la versione Standard. Questa nuova marmitta diventerà uno dei segni contraddistintivi del maggiolino negli anni a seguire. Nel 1958 per rinnovare il Maggiolino i tecnici della Volkswagen si rivolgono a Battista Farina, fondatore della Pininfarina che affida il compito di rivedere la vettura al figlio Sergio. L'ingegnere studia a fondo l'automobile per poi chiedere ai tecnici Volkswagen: «È perfetta così, perché volete cambiarla?». Sergio Farina consiglierà solo di ampliare il lunotto posteriore per migliorare la visibilità.
Nell'agosto 1961 (MY 1962) vengono introdotte nuove luci posteriori, caratterizzate da tre parti: in alto la freccia di direzione (gialla per il mercato europeo, rossa per il mercato americano), la luce di frenata ed infine il catarifrangente. Sul modello Export un indicatore del livello di benzina, posto sul cruscotto di fianco al tachimetro, sostituisce la levetta di commutazione posta poco sopra il pedale dell'acceleratore. Nel 1963 viene eliminato, dal cofano anteriore, il piccolo stemma della città di Wolfsburg (introdotto nel 1951 e leggermente modificato nel 1960), viene ridisegnata la luce targa posteriore e viene eliminato il tettuccio apribile in tela gommata, sostituito da un tettino in metallo apribile per mezzo di una manovella, simile a quello delle Porsche. Ad agosto 1965 la grande novità fu l'introduzione, come optional, del nuovo motore 1300cc 50 hp (37 kW; 51 PS). I modelli equipaggiati col nuovo motore avevano la targhetta "1300" sul cofano motore. I motori 1200 erano immatricolati col prefisso "D", mentre i motori 1300 avevano il prefisso "E" o "F". Ad agosto 1966 fu introdotto ancora un nuovo motore, il 1500cc, 53 hp (40 kW; 54 PS) a 4200 giri al minuto. I maggiolini 1500cc erano equipaggiati con freni a disco sull'asse anteriore e portavano sul cofano motore la targhetta "VW 1500". Ad agosto 1967, per il model year 1968, avvengono nuove ed importanti modifiche: vengono ridisegnati i fari anteriori, che diventano verticali (modifica già introdotta l'anno precedente negli Stati Uniti), segnalatori posteriori più grandi (a forma di "ferro da stiro"), paraurti più moderni e robusti; l'impianto elettrico è portato da 6 a 12 V. Nell'agosto 1969 vengono eliminate le rifiniture cromate sul cruscotto. Nel 1970 cessa la produzione della versione cabriolet del Maggiolino e contemporaneamente esce di produzione il motore 1500 cm³. La versione berlina invece continuerà ad essere prodotta ancora per molti anni, sempre con motori 1200 cm³ e 1300 cm³. Nello stesso anno, il Maggiolino viene affiancato dal modello 1302, conosciuto anche come Maggiolone (agosto 1970-luglio 1972), che viene prodotto sia in versione berlina che cabriolet. Il Maggiolino e il Maggiolone si differenziano nell'avantreno, a barre di torsione nel primo e con il moderno schema MacPherson con molle e ammortizzatori nel secondo.

Il Maggiolino si è dimostrato un'auto tecnologicamente avanzata per i suoi tempi, vantando una meccanica semplice e robusta. Il Maggiolino ha una disposizione con motore posteriore longitudinale a sbalzo e trazione posteriore; è dotato di un motore boxer a quattro cilindri, con albero a camme centrale e distribuzione ad aste e bilancieri, due valvole per cilindro. Il motore è raffreddato ad aria, con un piccolo radiatore per l'olio direttamente esposto alla ventola di raffreddamento. Il lubrificante contribuisce a mantenere stabile la temperatura del motore e, grazie al rapido raffreddamento garantito dal radiatore, la coppa dell'olio può avere una capienza di soli 2,5 litri. Grazie a un termostato, l'olio viene bypassato dal radiatore quando il motore è freddo. La lubrificazione è a carter umido. I freni anteriori e posteriori sono a tamburo a comando meccanico, poi sostituito dal comando idraulico. L'impianto elettrico è a 6 Volt, poi aumentato a 12 Volt dopo il 1967. Il design di Ferdinand Porsche era tondeggiante e aerodinamico, con un…
Sul mercato nordamericano il Maggiolino riscosse grande successo. La carriera statunitense del Maggiolino, divenuto anche un fenomeno di costume dell'allora nascente cultura hippie, durerà fino al 1977, arrivando al suo punto massimo nel 1968, quando ne furono immatricolati ben 423.008 esemplari, un record di vendite tuttora ineguagliato per la Volkswagen nel mercato nordamericano. La Volkswagen, fin dalla sua fondazione, vendeva quasi esclusivamente il Maggiolino. Sul finire degli anni '60 la flessione della domanda e la mancanza di nuovi modelli (e lo scarso successo di altri basati sempre sulla meccanica del Käfer) misero in crisi l'azienda. Tuttavia questa autovettura non ebbe il successo sperato, e ne vennero prodotti soltanto 200.000 esemplari fino al 1975. Per far spazio alla nuova arrivata, nel 1974 la produzione del Maggiolino si spostò a Emden. Due anni dopo la versione berlina uscirà dal mercato europeo (la cabrio continuerà fino al 1980, affiancata e poi sostituita dalla Golf cabriolet), e nel 1978 tutta la produzione viene affidata alle catene di montaggio presenti a Guadalajara, in Messico, ed a São Bernardo do Campo, in Brasile. Tuttavia il Maggiolino era ancora acquistabile importandolo dall'America Latina. Nel 2003, il 30 luglio, esce dal montaggio messicano anche l'ultimo Maggiolino, terminando la carriera con oltre 21 milioni di esemplari prodotti e 65 anni di produzione. Suo erede fu la Volkswagen New Beetle, costruita dal 1997 al 2012 sulla base della Golf IV serie.
Segnali di un Futuro Elettrico
L'idea di un Maggiolino elettrico non è una novità assoluta per Volkswagen. L'azienda automobilistica ha accennato all'idea fin dal lontano 2017, con Klaus Bischoff, ex responsabile del design di Volkswagen, che ha dichiarato che l'azienda stava “combattendo duramente” per questo. L'E-Bugster è stato progettato con la stessa lunghezza del Maggiolino standard ma con 30 mm in più di larghezza. Poi c’è stato il concept iD.Buggy completamente elettrico, presentato al Salone dell’Auto di New York nel 2019.

Più recentemente, la suggestione è riemersa con forza grazie al lungometraggio d’animazione “Miraculous: le storie di Ladybug e Chat Noir”. In questo film, l'eroina Ladybug - adolescente parigina che indossa maschera e muta da coccinella per combattere i cattivi - guiderà una Beetle a batteria. Questa collaborazione non è un semplice cameo, ma un’operazione di marketing strategica che coinvolge direttamente la Casa di Wolfsburg e riguarda tutta la famiglia ID. Nel lungometraggio, infatti, anche gli altri personaggi guideranno Volkswagen elettriche (di serie, o quantomeno già svelate): la ID.4, la ID. Vizzion e la ID. Buzz. Il Maggiolino elettrico di Ladybug è disegnato con tutti i crismi di una ID vera e propria: lo stile caratteristico è ripreso sia dalle grafiche luminose che dai lamierati, tondeggianti e lisci, mentre la cabina vetrata che racchiude l’abitacolo rimanda, piuttosto, alla concept Gen.Travel. Curiosa in questo contesto la scelta dell’abitacolo con schema a tre posti. Volkswagen sostiene che questa collaborazione offra loro “l’opportunità di presentare la famiglia iD in modo molto simpatico a un vasto pubblico familiare”.
Al di là della finzione cinematografica, ci sono indizi che suggeriscono un'effettiva intenzione da parte di Volkswagen di presentare, prima o poi, una Beetle Bev (Battery Electric Vehicle). Appena un anno dopo lo stop alla produzione del Beetle, Volkswagen ha depositato presso l’EUIPO (Ufficio dell’Unione Europea per la Proprietà Intellettuale) il marchio e-Beetle; dal 2020 però non ci si sono state ulteriori informazioni a riguardo. Potrebbe trattarsi solo della volontà di impedire alla concorrenza di utilizzare lo storico marchio, o forse no. Secondo alcuni rumors, Volkswagen sarebbe veramente intenzionata a realizzare una versione elettrica dello storico Maggiolino. Una mossa strategica che non stupirebbe vista la spinta zero emissioni della casa tedesca con la piattaforma MEB. L'idea retrò di un Maggiolino elettrico non nasce infatti dal nulla. Volkswagen ha già annunciato il lancio sul mercato dell’elettrico ID.Buzz, ispirato al celebre T1 che era un derivato del Beetle. Un sogno che si avvera, ID.Buzz e ID.Beetle formerebbero la perfetta coppia retrò.
Volkswagen ID.2 è l’elettrica per tutti - Electric Motor News n° 10 (2023)
Prospettive di Design e Mercato
In termini di design, una potenziale ID.Beetle potrebbe avere un look moderno che conserva la striscia di luci a LED della parte anteriore delle ID, con l’aggiunta di elementi retrò che richiamano le forme iconiche del modello originale. Lo stile caratteristico del Maggiolino elettrico visto nel film, con le sue grafiche luminose e i lamierati tondeggianti e lisci, suggerisce una direzione stilistica possibile. Il punto di partenza per una possibile ID. Beetle sembra più che abbozzato, e immaginare un futuro elettrico della prima “auto del popolo” non è un azzardo.
La piattaforma modulare MEB di Volkswagen, già utilizzata per modelli come la ID.3, ID.4 e ID. Buzz, si adatterebbe molto bene alla meccanica elettrica di un nuovo Maggiolino. L'e-Beetle potrebbe diventare infatti una versione di più alto livello rispetto alla ID.3, offrendo un'alternativa stilistica e un'aura nostalgica che la ID.3, pur innovativa, non possiede. L'idea di un ritorno di fiamma in elettrico per il Maggiolino è concreta.
Il mercato di riferimento per un'ipotetica e-Beetle potrebbe essere principalmente quello statunitense, dove Beetle e New Beetle hanno sempre avuto buoni volumi di vendite e dove la ID.3 non è commercializzata, dunque non ci sarebbe il rischio di una concorrenza interna. In California, in particolare, c’è un elevato numero di auto elettriche e un grande apprezzamento per le cabriolet. A tal proposito, da appassionato del Maggiolino, si spera che venga realizzata anche una versione cabriolet, dato che c’è una vera carenza di cabriolet elettriche nelle fasi di progettazione da parte di tutti i produttori.
Soluzioni di Elettrificazione Esistenti
È vero anche che il connubio Maggiolino-elettrificazione esiste già a un livello artigianale e di nicchia. L'azienda americana Zelectric lo sta già facendo da anni con la benedizione della casa Volkswagen, e l'azienda partner tedesca eClassics sta mettendo sulla piattaforma della e-up! motori elettrici. Un esempio concreto di conversione è stato presentato all'Electrify Expo di New York: un Maggiolino storico a cui sono stati sostituiti il motore 1.3 aspirato originale con un motore elettrico Netgain Hyper 9 da 120 CV. Ad alimentarlo, c’è una batteria da 30 kWh derivata in parte dalla Tesla Model S, con i moduli equamente divisi e installati sotto al cofano anteriore e sotto i sedili posteriori. Curiosamente, i progettisti hanno mantenuto la trasmissione manuale originale, la quale è perfettamente funzionante e integrata nel powertrain. Il retrofit di questo tipo può richiedere da tre a quattro mesi e costa circa 58.000 dollari. Queste realizzazioni dimostrano la fattibilità tecnica e il potenziale di mercato per un Maggiolino elettrico, sia esso una proposta ufficiale di Volkswagen o una conversione aftermarket.
Tradurre in realtà l'idea di un Maggiolino elettrico tocca ora alla Volkswagen: non servono i supereroi, basta un pizzico di coraggio per far rivivere un'icona in chiave moderna e sostenibile.
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