La depressione, un fenomeno clinico caratterizzato da un abbassamento del tono dell'umore, ha da sempre rappresentato una sfida per la comprensione umana, costringendo psichiatri e pensatori a rivedere teorie e concetti. Sin dall'antichità, la malinconia ha affascinato e tormentato, assumendo forme e denominazioni diverse, legittimate dalle interpretazioni di medici, psicologi, psichiatri, filosofi e poeti. Dalle speculazioni di Ippocrate e Aristotele sulla bile nera, fino alle moderne neuroscienze che esplorano il metabolismo cerebrale, il dolore dell'anima ha generato un'ampia riflessione, culminata nelle profonde intuizioni di Sigmund Freud.

Nel panorama delle teorie psicoanalitiche, la depressione e la malinconia occupano un posto centrale, spesso interconnesse con il concetto di perdita. Le prove empiriche suggeriscono una relazione significativa tra l'intensità dei sentimenti di perdita e una maggiore vulnerabilità ai disturbi psichiatrici e fisici. Tra i pazienti depressi, il 60-70% ha vissuto un evento di perdita doloroso, solitamente riguardante una relazione di attaccamento, nell'anno precedente la malattia, una percentuale che scende al 20% nel gruppo di controllo non depresso. Anche le ricadute schizofreniche sono spesso innescate da una perdita o da un cambiamento inaspettato. Tuttavia, non tutti coloro che subiscono un lutto cedono alla depressione, e quando l'intensità di quest'ultima supera certi limiti o si manifesta in circostanze ingiustificate, diventa di competenza psichiatrica.
Lutto e Malinconia: Le Distinzioni Fondamentali di Freud
Sebbene sia "Lutto e melanconia", scritto nel 1915 e pubblicato nel 1917, a essere considerato l'opus princeps di Freud sull'argomento, il problema del lutto e della malinconia ha occupato la sua mente per molti anni. Diversi casi clinici presentavano la questione della perdita e del lutto, e la stessa autoanalisi di Freud prese avvio dalla perdita del padre, il cui frutto fu "L'interpretazione dei sogni".
Freud, nel suo saggio, stabilisce un parallelo tra lutto e melanconia, pur evidenziandone le differenze cruciali. Il lutto è descritto come un processo temporaneo e naturale, una reazione alla perdita di una persona o di una cosa amata. Durante il lutto, l'energia psichica (libido) precedentemente investita nell'oggetto perduto viene lentamente ritirata. L'individuo, alla fine, si distacca emotivamente da ciò che ha perso e può reinvestire la sua energia in nuove relazioni o interessi. Questo "lavoro del lutto" richiede tempo e passaggi specifici, come il sovra-investimento di tutti i ricordi e le aspettative legate all'oggetto perduto, che devono essere abbandonati uno per uno. Freud sottolinea che gli uomini non abbandonano volentieri una posizione libidica, rendendo il lavoro del lutto un processo impegnativo.
Lutto normale e patologico #dottleonardogottardo
La melanconia, invece, è una condizione più complessa e patologica. La differenza fondamentale risiede nel fatto che, mentre nel lutto l'individuo è consapevole di ciò che ha perso, nella melanconia la perdita non è sempre chiaramente percepita. Sembra che il lavoro del lutto venga svolto al di sotto del livello della coscienza; si sa che qualcosa si è perso, ma non si comprende bene cosa. Questo accade, in altri termini, quando la perdita è "inconsapevole".
Secondo Freud, la melanconia presenta tre elementi fondamentali: un dolore ostinato di fronte alla perdita di qualcosa, una prostrazione che impedisce la vita attiva e un senso di colpa legato a quella perdita. Sebbene i primi due elementi possano farla assomigliare al lutto, la melanconia se ne distingue nettamente. Rispetto al dolore, il melanconico, a differenza di chi è impegnato nel lavoro del lutto, non mostra alcuna intenzione di prendere le distanze dall'oggetto perduto, al quale rimane pervicacemente attaccato. Per il melanconico, il fatto che l'oggetto sia perduto non può essere relativizzato, e il dolore che ne deriva non può essere lenito.
Il terzo tratto costitutivo della melanconia, il senso di colpa, la distingue ancora più chiaramente dal lutto. Il melanconico, infatti, non subisce solo il dolore di una perdita, ma si sente parte in causa di quella stessa perdita. Diversamente da quanto accade al soggetto in lutto, il melanconico porta in qualche modo il peso e la responsabilità della perdita. Questo porta a un "straordinario avvilimento del sentimento di sé", accompagnato da auto-denigrazione e auto-accuse, un tratto che Freud definisce un "enigma". La soluzione dell'enigma, per Freud, è che quando il melanconico si rivolge le accuse più dure, in verità sta colpevolizzando il perduto oggetto d'amore con il quale si è identificato. "L'ombra dell'oggetto cadde così sull'Io, che d'ora in poi poté essere giudicato da un'istanza particolare come un oggetto, e precisamente come l'oggetto abbandonato."
Questa introiezione dell'oggetto perduto nell'Io causa una sorta di identificazione patologica: l'individuo si punisce e svaluta, come se fosse l'oggetto perduto. Si può parlare propriamente di perdita di sé. La parte dell'Io identificata con l'oggetto incorporato diventa una parte strutturale dell'organizzazione interna dell'Io, rendendo l'Io scisso. L'altra parte dell'Io, un Super-Io primitivo e sadico, è in collera sia con l'oggetto che l'ha abbandonato, sia con sé stesso. Questa parte sadica del Super-Io attacca l'oggetto fuso con la parte recettiva dell'Io, portando a una perdita dell'Io che è responsabile delle auto-accuse, del crollo dell'autostima e persino dei pensieri suicidari.
L'Influenza di Karl Abraham e i Successivi Sviluppi Psicoanalitici
Se "Lutto e melanconia" è l'opera fondamentale di Freud sul tema, è in Karl Abraham, psicoanalista tedesco, che la psicoanalisi rintraccia il suo scritto originario sulla depressione. Egli, nel 1912, tracciò quel parallelo tra lutto e melanconia che per lungo tempo costituì il riferimento principale per i pensatori di questo campo. Poiché a quell'epoca la teoria della libido offriva solo una spiegazione per l'ostilità e il sadismo anale, la spiegazione della depressione doveva risiedere nella fissazione anale.
Nel corso degli anni, Abraham apportò modifiche di estrema importanza alla sua teoria originaria della depressione. Egli osservò che il depresso è instancabile nella sua ricerca d'amore, si nutre dell'oggetto senza rendersene conto, e per questo reagisce con violenza estrema all'aggressione o alla minaccia di ritiro dell'amore oggettuale. L'autopunizione è vista come un atto espiatorio, un pegno per ottenere il perdono per l'attacco di collera. L'Es viene allora vissuto come più potente dell'Io e si associa al Super-Io per schiacciare l'Io con la stessa violenza che l'Io aveva usato per aggredire l'oggetto. La chiave dinamica della depressione viene ora vista nei termini di "Colpa-riparazione-perdono".
Con questi significativi cambiamenti della teoria classica, Sándor Radó si apprestava a diventare uno dei critici più implacabili e incisivi della teoria freudiana. Per Radó, il ruolo delle emozioni come la paura e la rabbia divenne centrale. Le nevrosi vengono considerate come il risultato di una iperreazione emotiva attivata dall'organismo in situazioni di emergenza. In sostanza, per Radó la depressione è un rigido inconscio che chiede amore, determinato da una perdita effettiva o immaginaria; inoltre, il paziente sente che la perdita mette in pericolo la sua sicurezza.
L'Autostima e la Depressione: Le Intuizioni di Fenichel e Bibring
Otto Fenichel comprese chiaramente il rapporto tra depressione e autostima. Egli affermò che l'esperienza precipitante nel paziente depresso è o la perdita dell'autostima o una perdita delle risorse che gli assicurerebbero o addirittura gli accrescerebbero l'autostima. Non è essenzialmente la perdita dell'oggetto amato o dei suoi corrispettivi simbolici a causare la depressione. In realtà, solo quando un oggetto amato è investito dalla nostra autostima la sua perdita produce depressione. Il concetto di autostima è, naturalmente, culturalmente e storicamente determinato. I soggetti che reagiscono alla delusione amorosa con gravi depressioni sono sempre persone per le quali l'esperienza amorosa significa non solo una gratificazione sessuale ma anche una gratificazione narcisistica. Con l'amore perdono la loro stessa esistenza.
Fu Edward Bibring che scelse di spiegare la depressione in termini di psicologia dell'Io. Tre aspirazioni narcisistiche altamente investite - di volere essere amato, di essere forte e superiore, di essere bravo e amorevole - vengono considerate parametri di condotta. Tuttavia, la consapevolezza dell'Io della sua reale o supposta incapacità di essere all'altezza di questi parametri produce depressione. Il sentimento di impotenza porta il soggetto a una situazione di aggressività verso se stesso, ma solamente quale fenomeno secondario. Bibring fu il solo a non riconoscere un ruolo chiave al Super-Io. Ritenne, invece, che la tensione cresca all'interno dell'Io stesso, e non tra l'Io e un'altra istanza psichica. Continuando il paragone tra depressione e angoscia, affermò che, come l'angoscia, la depressione è una reazione di base dell'Io. Mentre però l'angoscia è una reazione al pericolo con cui l'Io si prepara alla lotta o alla fuga, nella depressione avviene il contrario. L'Io è paralizzato perché incapace di affrontare il pericolo.
La Posizione Depressiva di Melanie Klein
Melanie Klein postula che il paziente depresso è un individuo regredito a uno stadio di sviluppo che si verifica nella seconda metà del primo anno di vita, che denomina "posizione depressiva normale". Seppur apparentemente distante dalle teorizzazioni di Bibring, la Klein identifica la posizione depressiva del bambino con quel momento in cui il soggetto esperisce il proprio sentimento di impotenza, di vulnerabilità e di dipendenza. L'autrice si propone di trattare gli stati depressivi in rapporto alla paranoia da un lato e alla mania dall'altro. Ciò porta l'individuo a utilizzare difese maniacali quali l'idealizzazione e il disprezzo o il diniego per evitare di riconoscere che l'oggetto è stato danneggiato e deve essere riparato.

Un soggetto che ha superato la posizione depressiva può, nella sua riattuazione in seguito a un lutto in età adulta, ricostruire il proprio mondo interiore disgregato e in pericolo, riacquistando il senso della sicurezza e pervenendo a un'autentica armonia e a una vera pace. Per Melanie Klein, la depressione sarebbe quindi il fallimento della riparazione nella posizione depressiva.
La Malinconia come Lavoro di Adesione all'Oggetto
La via melanconica, intrapresa come conseguenza di una perdita, è definita in modo enigmatico come un "lavoro" (Arbeit). Questo significa che il melanconico, un soggetto passivo, senza vita, mortificato, triste, schiacciato dall'ombra del passato e senza avvenire, è, paradossalmente, un soggetto al lavoro. E quale sarebbe il lavoro melanconico? Sempre secondo Freud, consisterebbe "nel preservare la pertinace adesione all'oggetto". La risposta melanconica alla perdita è, dunque, una risposta adesiva che tende a trattenere l'oggetto al punto che, come scrive Freud in una frase molto nota, "l'ombra dell'oggetto cade sull'Io".
La melanconia si distingue dal lutto per l'incapacità di disinvestire la pulsione affettiva verso l'oggetto perduto. Questa ostinazione di relazione preclude la possibilità di un investimento alternativo: incapace di creare nuovi legami affettivi, la dimensione egoica del depresso preferisce introiettare l'oggetto perduto e identificarsi con esso, in una sorta di identificazione introiettiva. Il narcisista rifugge i legami oggettuali, evita qualsiasi tipo di relazione e di dipendenza affettiva. Esattamente come il bambino nelle prime fasi di vita, egli non riesce a compiere un passo verso il mondo esterno, ad uscire da un egocentrismo indifferenziante e a trattare l'oggetto come altro da Sé. La componente narcisistico-simbiotica svolge un ruolo importante nella patogenesi della depressione.
Un ulteriore tratto condiviso dal narcisista e dal depresso è il profondo vissuto di rabbia sperimentato verso l'oggetto abbandonico, da cui entrambi si sentono profondamente traditi. Freud stesso si sofferma sull'ambivalenza della melanconia, espressa con un vissuto affettivo che vede la compresenza tra forti elementi autosvalutanti e un dolore narcisistico legato alla sofferenza del Sé: "essi si comportano come se fossero stati offesi e come se fosse stata loro arrecata una grave ingiustizia". L'odio verso l'oggetto abbandonico è figlio di una dimensione egoica fragile e non coesa, che non è capace di tollerare la separazione, esattamente come accade nel narcisismo primario.
Il depresso sa di non poter sopravvivere senza l'oggetto primario che percepisce come una parte indistinta di Sé, e nel momento in cui se ne sente privato, l'angoscia per l'abbandono subito si tramuta in un terrore di morte, un'angoscia psicotica simile a quella sperimentata dai bambini nelle prime fasi della vita. Dire che nella depressione manca un processo di differenziazione primaria significa affermare che il melanconico non rimpiange l'oggetto perduto, ma il Sé senza l'oggetto nel quale aveva narcisisticamente investito. L'altro, dunque, non è che un oggetto-Sé.
Malinconia e Mania: Un Curioso Reversibilità
Un'interessante affermazione di Freud, ripresa da Melanie Klein, è la caratteristica della melanconia di convertirsi in mania. Secondo Freud, la mania non ha un contenuto diverso dalla melanconia, in quanto entrambe le affezioni lottano contro il medesimo "complesso"; probabilmente però, mentre nella melanconia l'Io ne è stato sopraffatto, nella mania riesce a controllarlo o a metterlo da parte. La mania, cioè, non è altro che un trionfo di questo genere, ma anche questa volta l'Io ignora quali prove ha superato e perché sta cantando vittoria.
La mania rappresenta un cambio di posizione psichica in termini economici: le risorse vengono spese, reindirizzate altrove, spostandosi dall'Io verso l'esterno, e producendo un senso di trionfo e di alleggerimento. Questa dimensione di euforia permanente che accompagna la mania consiste proprio nella negazione dell'esperienza traumatica della perdita. La mania tende piuttosto a produrre la sostituzione compulsiva dell'oggetto al posto della simbolizzazione della sua perdita irreversibile.
La Depressione nel Contesto Moderno: Una "Malattia Moderna"
Oggi, sempre più frequentemente, la depressione viene descritta come una malattia "moderna": la società contemporanea sembra contribuire a produrre questa condizione molto più di quanto non faccia per abbatterla. Il depresso, poi, in genere è un incompreso: egli stesso non riesce a comprendere fino in fondo i motivi della sua tristezza.
La depressione pone l'uomo di fronte al proprio limite, tanto più oggi, dove sembra che nulla sia più impossibile. Tra queste cose, così poco degne di ogni espressione sociale, c'è il proprio dolore, il dolore dell'anima che, una volta andato perduto, dissolto il suo potere di rimandare a un progetto trascendente che, seppur sconosciuto, era comunque in grado di dare a questa esperienza un significato, esaurita ogni capacità di rinviare l'individuo a una dimensione interiore che ne giustificasse l'esistenza, appare privo di senso. In tal modo, il soggetto può accedere a una realtà parallela, ove ogni percezione spiacevole viene annullata. Il consumo spesso incontrollato di farmaci ne è un esempio.
Da un punto di vista psicodinamico, si può dire che oggi ciò che è caratteristico nel rapporto tra l'individuo e la società non è più la capacità di obbedire a regole ben precise, bensì quella di ottenere la massima espressione di sé. Si assiste a un cambiamento strutturale della sofferenza psichica, che si esprime in un mutamento della sintomatologia, ove alla tristezza, al dolore morale e al senso di colpa si associano, fino a divenire preminenti, forme di ansia diffusa, inibizioni, insonnia, difficoltà relazionali di vario genere. Tutto ciò è espressione della fatica che l'individuo sperimenta a essere se stesso, o della rinuncia a essere se stesso per seguire i modelli di efficienza che la società impone, ove il disagio psichico tende a esprimersi nei termini di patologia dell'azione.
L'evento cruciale del XX secolo è stato il confronto-scontro tra la nozione di "possibilità illimitata" da un lato, e quella di "non padroneggiabile" dall'altro. Nel XIX secolo, la problematica della persona patologica si configurava nella bipolarità follia-delirio. La depressione è lì a ricordare all'uomo la sua umanità e il suo essere sì "proprietario" di se stesso, ma all'interno sempre della sua caratteristica di creatura terrena. La depressione è la prova che ciò che definisce l'essere umano non è esorcizzabile, non è eliminabile, perché ciò che definisce l'uomo, in altre parole, è vincolato a un sistema di significati che lo trascende e lo costituisce allo stesso tempo.

Oggi i termini motivazione, progetto, efficienza, risultato, comunicazione pervadono la nostra esistenza. La depressione è l'antitesi di tutto questo: è patologia del tempo perché l'individuo depresso non si proietta nel futuro; è patologia della motivazione perché l'individuo depresso è privo di energia; è patologia dell'efficienza perché l'individuo depresso è rallentato, le sue parole sono stentate, egli non fa progetti e non comunica. La depressione, in ultimo, è anche il segno della consapevolezza di se stessi, che rinuncia a spegnersi per seguire le facili mode del consumo e della felicità a portata di mano, è il segno della nostra specificità, della nostra capacità di ragionare e di riflettere sul senso della nostra esperienza.
Prospettive Contemporanee e Nuove Frontiere
Nonostante le profonde intuizioni freudiane, la comprensione della depressione continua a evolversi. L'equazione implicita tra lutto e melanconia, comune a molte teorie iniziali, è stata gradualmente affinata. Come fa notare Gaylin, Kierkegaard nel saggio "La malattia mortale" afferma che una giovane donna che perde il fidanzato, se si dispera, non prova dolore per il fidanzato perduto, ma per il Sé-senza-fidanzato. E così è per tutti i casi di perdita, si tratti di denaro, di potere o di rango sociale. Se un uomo è stato licenziato, è stato umiliato socialmente.
La clinica psicoanalitica, con la sua attenzione all'ascolto di ciò che il soggetto dice, o meglio, alla "lettura del testo" che il paziente esprime con il suo racconto di sé e della sua storia, offre una prospettiva unica. Il soggetto depresso esprime il suo vissuto d'inferiorità e d'indegnità, il proprio non valere nulla sempre in rapporto all'Altro (con la "A" maiuscola, inteso come l'interlocutore vero del soggetto, colui che il soggetto non conosce ma a cui, in modo inconscio, rivolge la sua parola). Ciò di cui si rammarica è la perdita di valore per l'Altro. In questo caso il soggetto orienta la sua recriminazione verso l'Altro come causa del proprio dolore. Ci si trova di fronte a una sofferenza delineabile secondo il paradigma della nevrosi, dove il pensiero e il vissuto di non valere si associano alla sensazione di non avere un posto nell'Altro, di non contare nulla per l'Altro, di essere fuori dal suo contenimento rassicurante. La dialettica con l'Altro, il lamento nei confronti dell'Altro sono ancora aperti; ciò ha grande importanza da un punto di vista diagnostico.
La situazione che si osserva nella melanconia è del tutto differente. In tal caso, il soggetto che vive la sensazione di non valere nulla, si configura all'interno di un profondo ritiro in se stesso, in cui vi è la percezione lucida della radicalità di una condizione umana in cui è assente ogni forma di garanzia, di fondamento, di senso. Vi è la percezione dolorosa di essere al mondo con la propria fragilità, inermità, in cui poca importanza sembra avere l'individualità del singolo. Nel vissuto melanconico il senso di nullità si salda in modo inesorabile con la perdita di senso della condizione umana: ciò ha per l'individuo un effetto devastante. Qui l'Altro non è stato capace di guardare il soggetto con uno sguardo di accoglimento e di accettazione; qui si può dire che l'Altro è mancato fin da subito, non riconoscendo il soggetto nella sua individualità, nel suo valore unico ed insostituibile.
Nella depressione, la dinamica del desiderio che caratterizza il rapporto con l'Altro e le sue vicissitudini, la dialettica dell'essere desiderato e di desiderare, copre e maschera la strutturale inconsistenza e fragilità dell'essere umano. Il desiderio, in un certo qual modo, sembra così voler addolcire la durezza della condizione umana e la sua fondamentale assenza di senso. Nella malinconia non c'è questa possibilità di attenuare l'emergenza del vissuto profondo di nullità e d'inermità attraverso una dinamica di desiderio e di contenimento da parte dell'Altro. Nella depressione, in ultimo, c'è ancora la possibilità di dialogo con l'Altro, un movimento dell'Altro, un riconoscimento da parte sua, una sua apertura verso il soggetto. Nella melanconia, ancora una volta, la condizione è del tutto differente. Il soggetto è solo, nudo, ritirato in se stesso.
La Visione Neuro-Immunologica della Depressione
E se invece la depressione rientrasse in un ambito puramente organico? Le neuroscienze, grazie soprattutto alle tecniche di neuroimaging, ci hanno abituato a misurare il metabolismo cerebrale, a collegare cervello, corpo e mente. Da queste premesse parte Edward Bullmore nel volume "La mente in fiamme", spingendosi però ben oltre: la neuro-immunologia si occupa di come il sistema immunitario interagisca con il cervello e con il sistema nervoso, mentre l'immuno-psichiatria si concentra sull'interazione tra sistema immunitario, mente e la salute mentale.
Bullmore propone di superare il "dualismo cartesiano" e definisce senza incertezze la depressione come risposta immunitaria a un'infiammazione. "Un vero nesso causale" rispetto al quale, a quanti "chiedono come e perché", l'autore risponde con una domanda: "Quali sono ormai i motivi rimasti per continuare a essere scettici riguardo i collegamenti tra infiammazione e depressione?". In effetti, già Freud aveva ipotizzato una correlazione tra sintomi psicologici e trattamento fisico con la teoria naso-genitale.
Bullmore, attraverso una dettagliata analisi storica che passa per Golgi e Ramón y Cajal, per il lancio entusiastico del Prozac nel 1987, cui seguì un veloce declino, vuole mostrarci che la sua ipotesi non è così remota, se si accetta che la barriera ematoencefalica permette il passaggio di citochine che andrebbero a determinare la risposta infiammatoria. Il processo può essere osservato grazie alla risonanza magnetica funzionale ma non fornisce ancora prove schiaccianti. Questa prospettiva apre nuove vie per la comprensione e il trattamento della depressione, integrando la complessità della mente con i meccanismi biologici del corpo.

Considerazioni Finali sul Lavoro Terapeutico
La depressione necessita l'intervento di uno psicoterapeuta, sempre. È importante intervenire con la psicoterapia per sciogliere i nodi profondi che ne hanno scatenato l'insorgenza. Secondo il modello freudiano, l'eziopatogenesi della depressione prevede la compresenza imprescindibile di tre elementi: aggressività verso l'oggetto perduto, regressione a uno stato narcisistico, percezione simbiotica e indifferenziata tra il Sé e l'oggetto. Tutto questo rende il melanconico incapace di disinvestire, e dunque di differenziarsi, dall'oggetto perduto.
Il lutto sottende una dimensione di perdita, di privazione, di scomparsa definitiva di un oggetto affettivamente rilevante, da cui si origina un vissuto di dolore intenso e pervasivo. Sarebbe tuttavia erroneo ipotizzare una parificazione tra depressione e lutto ipso dicto. Anche la psicodinamica si è orientata in tal senso, cercando di distinguere gli eventi psichici della depressione e del lutto a partire da un fondamentale elemento discriminante, identificabile nella presenza di un vissuto autosvalutante e autopunitivo. In particolare, il vissuto di autocolpevolezza presente nella depressione trova origine nell'identificazione che il melanconico effettua tra il Sé e l'oggetto perduto, al fine specifico di mantenere con lo stesso un legame affettivo.
L'oggetto abbandonato viene introiettato in una pulsione identificativa che risulta talmente forte da annullare ogni possibilità di distanza, di differenziazione, di separatezza: l'oggetto è me, e io sono l'oggetto. In conseguenza di ciò, è verso il Sé che il depresso dirige i vissuti di risentimento e odio punitivo prima destinati all'oggetto. Il melanconico si sente privato della propria dimensione esistenziale, spogliato di pulsioni e sentimenti, senza tuttavia conoscerne il reale motivo. Anche i riferimenti spazio-temporali si mostrano differenti: il soggetto che soffre a causa di un lutto sa esattamente quando e perché il suo dolore è cominciato, mentre il depresso si muove in una dimensione di sofferenza vaga e inconsapevole, per quanto assoluta. Il nucleo dell'elaborazione del dolore sta proprio in questo aspetto.
Di fronte alla perdita dell'oggetto, tanto nel lutto che nella depressione, l'Io si trova combattuto in un intenso dilemma esistenziale: se lasciarsi convincere dalle gratificazioni egoiche che lo spingono a restare in vita, e quindi a disinvestire e a deidealizzare l'oggetto, o se al contrario scegliere di mantenere con esso il legame simbiotico, condividendone in toto il destino, compreso quello di morte. Il lavoro del lutto è dunque un "lavoro di liberazione: esso termina allorché non v'è più alcuna confusione tra il morto e il sopravvissuto". Nella depressione, al contrario, il dolore per la perdita dell'oggetto sfugge a ogni collocazione specificante, a ogni possibilità di confinamento o attenuazione. Così come ne è sconosciuto l'inizio, è impossibile vederne la fine. Ed è lo stesso malinconico a difendersi dalla possibilità di intraprendere una dimensione vitale senza la presenza dell'oggetto perduto. Il dolore è definitivo, senza uscita e del tutto egosintonico.
Per impedire al lutto di degenerare in una condizione depressiva patologica risulta fondamentale disinvestire la pulsione affettiva verso l'oggetto perduto e dirigerla verso legami oggettuali differenti. La via melanconica che porta alla perdita è definita in modo enigmatico come un lavoro (Arbeit). Questo significa che il melanconico, che è un soggetto passivo, senza vita, mortificato, triste, schiacciato dall'ombra del passato, senza avvenire è, paradossalmente, un soggetto al lavoro. E quale sarebbe il lavoro melanconico? Sempre secondo Freud consisterebbe “nel preservare la pertinace adesione all’oggetto”. La risposta melanconica alla perdita è, dunque, una risposta adesiva che tende a trattenere l’oggetto al punto che, come scrive Freud in una frase molto nota, “l’ombra dell’oggetto cade sull’Io”.
Infine, vi è una terza via come possibilità di reazione alla perdita: il lavoro dell'Io come elaborazione del lutto, ossia la possibilità di simbolizzare la scomparsa, di attraversare il dolore, l'esperienza del negativo, ricostruendo la possibilità dell'esperienza libidica del mondo. La costruzione del mondo fantasmatico, che possiamo definire come la capacità di pensare e simbolizzare, è un processo creativo che inizia molto presto nello sviluppo infantile e serve per riempire il vuoto dell'assenza materna. Freud, forse, non a caso definisce il lavoro simbolico del lutto, quel lavoro che rende possibile un'introiezione della perdita, una sua simbolizzazione. Questo lavoro psichico comporta memoria, dolore e tempo. Freud usa l'espressione "lasso di tempo" per definire quel supplemento di tempo che il lavoro del lutto esige. Non c'è lavoro del lutto quindi che non implichi dolore. Il dolore è il segnale dell'incontro con il buco reale lasciato dall'oggetto, implica un ritiro della libido dal mondo, una sua introversione. Il soggetto assorbito dal dolore della perdita, si ritrae dal mondo, si concentra su se stesso e sul suo lavoro psichico, alla ricerca di una memoria dell'oggetto perduto, ripensandolo, rivedendone le tracce della sua presenza, i ricordi.