Bernard Charbonneau, figura spesso ignorata dal grande pubblico ma precursore fondamentale per i sostenitori della decrescita, ha lasciato un'eredità intellettuale considerevole, focalizzata sulla critica radicale alla "società tecnologica" e ai pericoli del "delirio tecnico-scientifico". La sua acuta analisi, che lo ha visto tra i primi a contestare apertamente l'idea di "sviluppo sostenibile" in nome di una visione ecologica coerente, culmina in una severa e provocatoria denuncia della civiltà dell'automobile e dell'invasione meccanica. La sua opera, caratterizzata da una grande lucidità e da una sorprendente attualità, offre una chiave di lettura profonda delle dinamiche che hanno plasmato la modernità e le sue contraddizioni.

L'Automobile: Da Simbolo di Emancipazione a Prigione
Per Charbonneau, l'automobile si presta ottimamente a fungere da simbolica e privilegiata chiave di comprensione di quel grande processo di eterogenesi dei fini altrimenti detta modernità. Presentata come sinonimo di emancipazione, l'auto è diventata, nella sua visione, la prigione, e spesso anche la bara, dell'uomo contemporaneo. La sua opera più "esplosiva", "L'Hommauto", pur essendo stata pubblicata in un contesto storico differente, non ha perso nulla della sua attualità, fornendo spunti di riflessione ancora oggi pregnanti.
Charbonneau ricordava, con un umorismo graffiante e incorreggibile, che "Ogni anno più di diecimila morti e duecentomila feriti cadono in Francia nel tentativo di passare il week-end". Questa cifra non è solo una statistica, ma il simbolo di un paradosso: un oggetto nato per facilitare il movimento diventa causa di immobilità definitiva o di sofferenza. L'idea che "l'uomo-ruota aveva delle radici, l'uomo-auto forma un tutto nella sua conchiglia a motore" evidenzia la perdita di un legame autentico con il territorio e la natura, in favore di un'esistenza incapsulata e artificiale.
Questo professore di storia era convinto che "Si crede di fabbricare automobili, si costruisce una società". Questa affermazione racchiude la sua visione sistemica: l'automobile non è un semplice mezzo di trasporto, ma un elemento strutturante che modella l'organizzazione sociale, urbana e persino la legislazione. "Il regime automobile non è un regime liberale ma poliziesco. La proliferazione delle automobili non può essere assicurata che tramite quella delle leggi", osservava Charbonneau, mettendo in luce come la libertà promessa dall'auto si traduca in una crescente regolamentazione e controllo.
L'invasione meccanica, secondo Charbonneau, è iniziata nel dopoguerra, quando "Le bombe previdenti avrebbero un po’ dappertutto spianato delle strade, e dei parcheggi". Contro questa invasione, che "minaccia oggi di distruggere Parigi", egli constatava amaramente che "non c’è ancora la Resistenza". Questa metafora bellica sottolinea la gravità della situazione e la passività con cui la società ha accettato questa trasformazione.
L'Essenza dell'Automobile e i suoi Derivati
Charbonneau andava oltre la semplice funzione dell'auto, analizzandone l'essenza stessa e le sue implicazioni più profonde. "L'essenza (benzina) è veramente l'Essenza dell'automobile, e domani lo sarà dell’uomo", scriveva. Questa frase profetica suggerisce una simbiosi sempre più stretta tra l'uomo e la macchina, dove il carburante non è solo il nutrimento dell'auto, ma metaforicamente anche della vita umana moderna.
L'auto, nella sua visione, non si limita a consumare benzina, ma "imbottisce le strade dei prodotti che non può digerire". Questo è un riferimento ai rifiuti, all'inquinamento e all'impatto ambientale generato dall'industria automobilistica e dall'uso intensivo dei veicoli. Charbonneau notava come l'industria petrolifera, attraverso i suoi derivati, permeasse ogni aspetto della vita quotidiana: "Quando macchia il suo autista, lo pulisce col petrolio o col sapone di petrolio; lo veste di plastica, e domani lo nutrirà". Questa osservazione evidenzia la dipendenza crescente da prodotti derivati dal petrolio, che non solo alimentano le macchine, ma anche vestono e potenzialmente nutrono l'uomo, creando un ciclo di dipendenza quasi totale.

La Critica allo "Sviluppo" e l'Illusione di "Un Altro Sviluppo"
Bernard Charbonneau, amico e collaboratore intellettuale di Jacques Ellul, condivideva con lui una profonda sensibilità per il pericolo della distruzione dell'ambiente. La sua visione ecologica del mondo lo indusse a criticare aspramente l'idea stessa di "sviluppo", soprattutto quando celava una sostanziale incapacità di mettere in discussione il sistema esistente. Come scriveva in una lettera del dicembre 1995, "Dopo anni, cerco invano di far capire a certi ecologi la realtà che nasconde la parola 'sviluppo'". Per lui, l'idea di "un altro sviluppo" dissimulava "una incapacità di mettere veramente in discussione la realtà attuale".
Questa prospettiva lo poneva in diretto contrasto con quelle che considerava illusioni o compromessi, come lo sviluppo sostenibile. Charbonneau credeva che "l'umanizzazione del sistema attuale implichi un cambiamento radicale di spirito se si vuole cambiare la pratica". Questo non aveva nulla a che fare con l'utopia, che, una volta al potere, si trasforma in un "realismo alquanto cruento e limitato". Al contrario, egli suggeriva che, "fedeli alle nostre tradizioni, abbiamo le armi per cominciare questo lavoro", paragonando la situazione a una malattia che "comincia con una buona diagnosi".
La sua analisi si estendeva a criticare una visione centralistica e tecnocratica dello sviluppo, spesso mascherata da apoliticità. Già nel contesto delle relazioni alluvionali della primavera 1972, Charbonneau avrebbe potuto intravedere una critica ai "diapason del tecnicismo razionalizzato" e alla "mistificazione scientifica dell’uso del calcolatore" che caratterizzavano le teorie della "crescita". L'apparecchiatura tecnologica usata dal Mit, per esempio, veniva fatta funzionare non solo nell’ottica di lasciare da parte i parametri politici, ma anche nella prospettiva di nascondere una visione centralistica e tecnocratica dietro la cortina dell’apoliticità. Ne veniva, secondo l'alimentarista José De Castro, un discorso infarcito, in egual misura, di tecnologia e di presunzione. Per queste ragioni Commoner, come Charbonneau, rigettava un documento che dettava raccomandazioni a tutto il mondo su basi tecnocratico-imperialiste, un primo gradino pratico per andare oltre le più recenti teorizzazioni di Garrett Hardin.
Charbonneau avrebbe sostenuto che non si tratta di arrestare lo sviluppo, ma di fermarlo dove esso è dannoso. La sua visione si allineava a un discorso che privilegiava la "qualità in luogo di quantità, per la civiltà della tecnologia".
La Critica al Sistema e la Società dei Consumi
La critica di Charbonneau al sistema non si limitava all'automobile, ma si estendeva a una più ampia analisi della società dei consumi e del malessere ambientale. Egli avrebbe trovato terreno fertile nelle osservazioni di Giorgio Bocca su "Il Giorno", il quale, dopo essere stato a lungo oppositore dell’ecologia conservazionistica quale pura espressione di élite, scriveva: "Molti italiani, imprenditori o meno che siano, hanno scoperto che qualcosa non va nel sistema grazie al discorso clamoroso ed emotivo dell’ecologia". Bocca evidenziava che non si trattava solo di fiumi sporchi e di acque infette, ma di mali strutturali come "le congestioni urbane, il caos delle migrazioni interne ed esterne, gli scollamenti fra industria e burocrazia, le scuole e gli ospedali insufficienti, le rendite parassitarie e le altre contraddizioni per cui a un certo punto il sistema soffoca e i suoi costi vanno alle stelle". Queste osservazioni trovano eco nella visione di Charbonneau di una società che, sotto la spinta di uno sviluppo cieco, genera patologie e disfunzioni.
L'analisi di Commoner, che Charbonneau avrebbe sicuramente apprezzato, trovava spazio anche nella realtà italiana, forse meno complessa, ma più caratterizzata. Il principale problema ecologico italiano, sottolineava Lucio Gambi, era rappresentato dalla distribuzione geografica della popolazione e dalla sua disarmonicità, conseguenza delle diverse forme di organizzazione della società. Non si trattava soltanto di pianificare una migliore dislocazione degli uomini e dei loro luoghi di lavoro, ma di dare “un diverso valore economico-politico al loro modo di associarsi, abitare, lavorare, istruirsi”.
Il fenomeno ecologico umano continuava a rispondere a una stessa logica: le concentrazioni industriali in Italia, come pure il decongestionamento degli impianti industriali degli ultimi vent'anni, erano il risultato di processi di aggiornamento del sistema capitalistico, che ora trovava più conveniente disperdere le fabbriche in una vasta regione metropolitana, una volta che la concentrazione non consentiva più gli elevati profitti di un tempo. L'economista Francesco Indovina aveva analizzato come determinate scelte economiche avessero provocato certe concentrazioni di popolazione e come tale processo di concentrazione, gestito dalla speculazione edilizia, avesse sortito rilevantissimi effetti nella depredazione dell’ambiente.
La regola principe della nostra società, "chi non lavora non mangia", si trasformava nel dovere di farsi sfruttare alle condizioni “oggettive” dell’economia, cioè del capitale. Il processo economico del dopoguerra aveva concentrato le occasioni di lavoro in poche aree e tali occasioni erano pur sempre ridotte. Il fatto che i posti di lavoro si trovassero in luoghi diversi da quelli nei quali viveva la forza-lavoro aveva causato gli enormi movimenti di popolazione che caratterizzano la storia recente e la formazione di grandi dimensioni. Nelle zone di fuga l’esodo eccessivo di popolazione aveva spezzato un equilibrio (uomo-ambiente) che era il risultato di un continuo intervento di trasformazione dell’ambiente stesso, portando al deterioramento della montagna e alle conseguenze sulla difesa idro-geologica.

La Speculazione Edilizia e i Suoi Effetti Sull'Ambiente
La speculazione edilizia, pur non potendosi ritenere responsabile dei movimenti di popolazione, su questi movimenti aveva realizzato i suoi guadagni e contribuito massicciamente al deterioramento dell’ambiente. I suoi contenuti economici e politici erano evidenti nell'alto costo della casa, nell'incentivazione ai processi inflazionistici attraverso gli alti costi dei negozi, nella corruzione delle amministrazioni pubbliche. Ma non meno gravi erano i suoi effetti sull’ambiente:a) la crescita delle città non seguiva un piano di razionale utilizzazione del suolo, ma avveniva attraverso la logica speculativa. Così, per esempio, si valorizzavano e si utilizzavano i terreni molto decentrati, dove massima poteva essere la rendita, con questo valorizzando i terreni tra il centro della città e queste aree di prima valorizzazione;b) la rarefazione dell’offerta di terreni faceva aumentare i prezzi dei terreni stessi, rendendo necessaria e conseguente una loro utilizzazione concentrata (alta intensità per mq) con effetti di congestione, e rendendo indisponibili spazi per verde e servizi comunitari;c) l’intervento pubblico veniva tutto congelato nelle operazioni di valorizzazione dei suoli rendendo scarse o inesistenti le risorse per i servizi e le attrezzature civili;d) le imprese produttive trovavano vantaggioso il loro trasferimento (ferme restando nella stessa area), investendo in modo irrazionale tutto il territorio e dando origine a forsennati movimenti pendolari di popolazione.
Gli effetti di tutti questi fenomeni, complessivamente considerati, erano sotto gli occhi di tutti, erano le nostre città, la condizione del “cittadino”, non più condizione privilegiata (maggiori occasioni culturali, più libertà individuale, maggiori occasioni economiche ecc.), ma situazione dalla quale sempre di più si desiderava fuggire. Questa situazione creata dalla speculazione edilizia alimentava sé stessa. Alcuni “beni naturali“, infatti, come verde, aria pulita, tranquillità ecc. si trasformavano in “beni economici”, in beni cioè per ottenere i quali bisognava pagare. La condizione delle città determinava la necessità e il desiderio di una “vacanza” in cui fosse possibile godere di questi beni ormai scarsi o inesistenti in città, e allora ecco che la speculazione investiva le coste e i monti (le zone di fuga) deteriorando ulteriormente questi luoghi.
Se questa traccia di ragionamento appariva corretta, allora era chiaro che il problema dell’ambiente non era più un problema settoriale, ma investiva il nostro modello di sviluppo. Le cifre parlavano chiaro: l’Italia meridionale era passata dal 36,7 per cento della popolazione totale italiana (1961) al 34,8 per cento (1971); dieci anni fa la popolazione residente nei comuni capoluoghi di provincia era pari a 16,2 milioni di abitanti (32,1 per cento della popolazione italiana), oggi gli urbanizzati erano 18,5 milioni, pari al 34,2 per cento. E non si vedeva possibilità di riequilibrio in quanto questi movimenti, già in atto nel decennio precedente, avevano acquistato maggiore rilievo. Anche i dati sulla popolazione attiva dell’ultimo censimento parlavano chiaro: dieci anni fa la popolazione attiva nel settore agricolo era pari a 5,7 milioni, oggi scesa a 3,2 milioni (dal 29,1 al 17,3 per cento); quella occupata nel settore industriale e in quello dei servizi, che era di 13,9 milioni, era salita a 15,5 milioni (dal 70,9 all’82,7 per cento). Il nostro problema demografico non si poneva quindi, come sostenevano i grass-roots ecologists, in termini di abnorme incremento, di “bomba demografica”, ma in termini di migrazioni interne e di squilibrio territoriale conseguente.
Il Sud Italia: Sviluppo Inautentico e Rifiuto Tecnologico
In Italia, la necessità di differenziare era cruciale. Molise, Basilicata, Calabria, Abruzzi, Umbria e Sicilia avevano perso, in 10 anni, dal 10,7 all’1,1 per cento della loro popolazione. Al deserto da un lato, alla supercongestione urbana dall’altro, si affiancavano i più screditanti interventi tecnologici, in quelle zone da sviluppare, valvola naturale della nostra esausta ecologia.
Secondo il merceologo Giorgio Nebbia, dell’università di Bari, “il sud rappresenta una nuova frontiera, una California ai tempi del 1900 per gli insediamenti industriali e turistici, per la sua ricchezza di attrattive naturali, per il suo patrimonio paesaggistico, storico, archeologico, per il clima". Egli sosteneva la possibilità di inventare una nuova politica meridionalistica in termini di un territorio che costituisce l’alternativa alla congestione del nord, da occupare con cautela e rispetto dei valori esistenti. Tuttavia, molti dei poli di sviluppo finora avevano ricreato delle brutte copie delle zone industriali del nord, quanto a inquinamento e congestione urbana, mentre nel sud vi era spazio per insediamenti razionali, per la realizzazione di nuove città, per lo sviluppo di nuove reti di comunicazione. Ma il sud rimaneva uno “sfasciume” marino, collinare e appenninico, tanto per usare un termine caro a Giustino Fortunato, “sfasciume” sul quale si innestavano gli errori della contemporanea tecnologia di rapina, amante del profitto immediato e sempre più alimentata dal veloce ridursi della merce in rifiuto.
Nebbia, teorico della battaglia alla società del rifiuto, allineandosi alle tesi di Commoner (e quindi implicitamente a quelle di Charbonneau), riteneva che, prima ancora di fare un elenco delle cose inutili, occorrerebbe svuotare di importanza le cose materiali in genere. “Perché non si dovrebbe associare la bellezza e il sorriso alla neve, anziché all’impianto di risalita; al prato anziché alla lavatrice e all’automobile?", si chiedeva Nebbia. Il cambiamento, secondo lui, dovrebbe cominciare con la depurazione dei libri di scuola, a partire dalle elementari, con un diverso uso della radio e della televisione, con la denuncia come pornografica degli incentivi al consumo e allo spreco.
Nebbia riconosceva, tuttavia, che al di fuori di alcuni casi, come le armi, la maggior parte delle innovazioni tecniche ha in sé un valore liberatorio: i detersivi e le lavatrici hanno liberato la donna dalla schiavitù del lavatoio e le hanno permesso di dedicare più tempo alla famiglia; l’automobile ha facilitato i rapporti umani, l’accesso al posto di lavoro, la conoscenza del mondo; certi tipi di imballaggi e certi processi di conservazione degli alimenti hanno reso accessibile più cibo di migliore qualità ai poveri. Questo discorso era pienamente conforme a quello di Commoner (e di Charbonneau), quando sosteneva la necessità di sottoporre le innovazioni tecniche e le attuali tecnologie a una revisione critica, allo scopo di rendere massimi i benefici che arrecano e minimo il danno all’ambiente.
Che impatto hanno le IA sull’ambiente? | Tecnologia & Ambiente | RSI EDU
La Politica Italiana del Benessere e il Ruolo dell'Industria
Ben altra era invece la politica italiana del benessere, a tutto danno degli ecosistemi e, nella quale, l’industria giocava un ruolo prioritario, ormai ampiamente documentato. Secondo Roberto Marchetti, ogni volta che si tentava di ampliare questo discorso e passare dal generico al quantitativo, si scopriva che le poche valutazioni esistenti in materia di contributo dato dalle tre componenti al carico inquinante totale (industria, agricoltura e abitanti), erano del tutto teoriche, eseguite, per lo più in aree limitate e sempre mancanti di una verifica sperimentale. Queste valutazioni erano di conseguenza facilmente confutabili e precludevano la possibilità di denuncia circostanziata dei responsabili. Questo stato di cose, questa mancanza di validi elementi conoscitivi era coerentissima con la logica del sistema.
Ed era così che nascevano le commissioni ecologiche, che i giornali padronali rinfocolavano le paure dello sviluppo demografico, che l’industria lanciava le parole d’ordine, dal ricattatorio “io chiudo”, al “siamo tutti inquinatori”. L’industria italiana aveva mobilitato tutti i suoi staff di addetti alle pubbliche relazioni, le menti dei pubblicitari pulsanti per il sistema: l’obiettivo era quello di “adattarci”, far corrispondere l’organizzazione sociale a sue necessità funzionali. Per questo i persuasori occulti usavano i temi propri della campagna ecologica che era in atto. Si proponeva una nuova figura di consumatore: il consumatore antiinquinamento. “La fanciulla floreale, che, in una nota pubblicità di benzina, sorregge ieratica il cartello ‘NO allo smog’, non dovrà limitarsi a questa plateale contestazione ma dovrà anche proteggere la sua epidermide con cosmetici che la isolino dai veleni dell’’atmosfera, proteggerà le tonsille con caramelline balsamiche, vivrà in ambienti forniti di filtratori-condizionatori-depuratori (in estate), riscaldati (in inverno) con bruciatori di cherosene che garantiscono aria pulita. Il consumatore antiinquinamento deve essere, secondo i desideri degli agenti pubblicitari, completamente soggetto a un mito moderno, che potrebbe essere definito
Molti temi di Commoner, riportati alla realtà italiana, potevano condurre alle stesse conclusioni del biologo di St. Louis, e quindi a quelle di Charbonneau. Per esempio, la produzione di concimi artificiali in Italia era cresciuta in modo esponenziale, con tutte le implicazioni ambientali connesse.
Localismo e la Crisi del Piccolo Luogo
Il localismo politico che trionfa in questi anni, secondo Charbonneau, non è che la negazione del concetto stesso di società e solidarietà. Il localismo è da tempo divenuto una dottrina di filosofia - ed economia - politica, ma il suo più intimo nucleo può essere considerato prettamente sentimentale, e precisamente nostalgico. È la nostalgia dei piccoli luoghi ormai tutti scomparsi. Quando ancora esistono, sono infatti in realtà solo vuoti fantasmi, perché la mitica del grande luogo ha ormai totalmente espugnato la convinzione del loro valore, e così ha anche annientato totalmente le forme e strutture nelle quali essa, esprimendosi, rendeva davvero vivo il piccolo luogo.
Fisicamente, o anche solo virtualmente, viviamo oggi insomma ormai dappertutto in una grande città. La stessa intera superficie planetaria è così un’iper-mega-città, e la sua effettiva esistenza può essere colta e misurata nell’agire e nella consapevolezza di tutti noi, prima ancora che nelle sue pure evidenti forme esteriori. Orbene, nel cuore e nell’anima di chi ha avuto la possibilità di vivere gli ultimi battiti del cuore di un vero piccolo luogo (cosa che oggi può dire solo chi ha da 60 anni in su), questa così vasta distruzione può evocare nostalgia e spesso cordoglio. Questo è il localismo nella sua dimensione più intima e profonda, ma proprio per questo anche più ampia e diffusa.
Forse proprio sulla sua base si è formato e sviluppato il localismo dottrinario, il quale oggi si presenta in diverse forme, talvolta anche contraddittorie. Esso è in gran parte un regionalismo politico, rivendicante il diritto di esistenza e auto-determinazione da parte di «patrie» quanto più piccole possibili. In negativo non è altro che il tradizionale campanilismo, o forse anche il populismo stesso.
Tra le svariate altre forme (meno espressamente politiche), il localismo si manifesta poi come rivendicazione dei diritti di minoranze etnico-linguistiche, o come rivendicazione degli spazi municipali quali autentici luoghi di esercizio della libertà, o come rivendicazione dei diritti alla produzione di entità ristrettamente locali (vere e proprie minoranze agricole e/o artigiane), o come rivendicazione del diritto ad esistere incondizionatamente da parte della Vita-Natura nelle sue più estese e ramificate forme (contro la preponderanza della Civiltà).

Il Sistema e il Caos: La Critica alla Scienza Moderna e all'Organizzazione Planetaria
Ben rappresentativa del primo tipo di localismo dottrinario (più decisamente politico) ci sembra comunque la scuola di pensiero formatasi a Montreal in ambito francofono, che includeva, oltre a Bernard Charbonneau, anche Charles Gill, William Chapman e Albert Ferland. In particolare, ci si riferisce alla dottrina esposta da Charbonneau nel suo libro dal titolo "Il sistema e il caos".
In quest'opera, lo studioso attacca frontalmente la moderna scienza, sottolineandone la totale indifferenza etica, il superomismo insensibile alle fondamentali esigenze umane e la tendenza a sostituire le antiche verità religiose con una Verità unica ancora più dogmatica ed oppressiva. In forza di tutto questo la scienza di fatto uccide la vita delle cose, trasformandole così in oggetti indifferenti e pertanto «inumani».
E qui il discorso si espande da un lato allo sviluppo progressivo del Capitalismo (fino al suo estremo assetto attuale) e dall'altro agli effetti prodotti dal Capitalismo stesso sulla struttura urbana. Come ben sottolineato anche da Mumford, dal XIX secolo in poi la città diviene definitivamente (insieme all’intero mondo circostante) una rete infinita di comunicazioni che uniscono centri produttivi-amministrativi. Nasce cioè un mostruoso organismo, a metà tra animale e macchina, nella forma di un’infinita rete nervosa (di comando e distribuzione) i cui impulsi viaggiano per uno ed un solo scopo, la Produzione. Produzione che è poi essa stessa la forza propulsiva di ogni cosa, e quindi il criterio omni-giustificante.
Nel linguaggio di Charbonneau questa è l’«Organizzazione»; ossia una vasta ed omni-valente realtà corporea planetaria, in cui economia e politica si fondono intimamente (proprio così nasce l’economia politica come prassi e scienza fondamentale). È l’espansione infinita di qualcosa di limitato. Ed essa segue i dettami fondamentali della «religione del divenire» sostenuta dall’economia politica, cioè gli imperativi categorici del movimento e del cambiamento. Sono così gettate le basi per l’evoluzione in senso canceroso (e dunque incontrollatamente pleonastico) della struttura urbana.
Al centro di tutto questo vi è l’interesse ormai ossessivo, morboso ed omni-valente per quegli aspetti economici dell’esistenza che antecedentemente (quando il piccolo luogo era davvero il principale spazio civico-politico) avevano un ruolo solo estremamente secondario, se non marginale (specie rispetto al «culto»). Più precisamente si tratta di un costante incremento di ricchezza, che non resta più nemmeno entro i limiti statici della «proprietà», ma si pone invece come un processo puramente dinamico, infinito ed esponenziale. Ed il suo guardiano è il capitalista trasformatosi ormai in economista politico, ossia Sacerdote della Finanza ed insieme consigliere del Principe. Se non lo fossero, infatti, il processo si arresterebbe nella mera soddisfazione di veri (e non falsi) bisogni.
Charbonneau risolve il fenomeno della crescita entro il cinico imperativo categorico del «crescere per sopravvivere». E qui il Sacerdote della Finanza si fa perfino pessimista, paventando così la minaccia di catastrofi se il mondo non si spinge ancor più ciecamente lungo il percorso da lui indicato. Svanisce dunque del tutto l’uomo (specie quello «morale e spirituale»), a vantaggio di un «uomo collettivo» o «superuomo», i cui interessi vengono rappresentati dall’«apparato collettivo» macchinico che a sua volta serve l’incessantemente Produzione.
Soprattutto però ciò che si afferma è una dimensione «sociale» che non ha più nulla della vera «società»; in quanto è basata appena sulle fugaci e neutrali relazioni interne ad un Apparato esclusivamente economico e solo come tale civico-politico. Ciò che svanisce al suo interno è naturalmente il socialmente piccolo, ossia il ristretto («villaggio», «famiglia»). E ciò che domina è un’«unificazione» forzosa e totale, che poi altro non è se non l’atroce e cinico scimmiottamento di quell’«unità» che, saggiamente, le antiche società ritenevano possibile solo a livello divino, sovrannaturale ed escatologico. Così che esse vi rinunciavano in partenza. Il risultato di tale rinuncia era pertanto un mondo di piccolo luoghi, tra i quali si estendeva un sano vuoto privo di strutture, e che nel complesso costituiva il kósmos quale insieme di legittime differenze.
Tuttavia Charbonneau ci avverte che anche tale così mostruosa ed artificiosa unità immanente è in realtà solo il primo segno di una trasformazione che attende ancora di pervenire ad un compimento davvero inimmaginabile, ossia la dissoluzione definitiva di ogni traccia di antico ordine perché si affermi infine il vero e proprio Ordine Nuovo. Ed è qui che lo studioso chiama tutti noi a raccolta con un appello drammatico: - «L’ordine di ieri non è più nostro e quello di domani non lo è ancora; possiamo considerare l’uno e l’altro dall’esterno. Siamo in una situazione eccezionale per dare un giudizio, se non identifichiamo questo stato di cose precario per la nostra libertà. Tocca a noi afferrarla; è tempo di farlo».
Ecco insomma l’anello di congiunzione tra localismo sentimentale e dottrinario. È certo che la perdita dei piccoli luoghi potrebbe giustificare un rifugiarsi del nostalgico nella loro contemplazione ormai solo puramente interiore. Ma ciò non è possibile, perché la posta in gioco è reale e peraltro mortalmente seria. Dunque proprio così il localismo sentimentale viene giustificato ma anche superato da un ben più sobrio localismo politico. Insomma, non si può solo fantasticare e soffrire.
La Mancanza di Riconoscimento e l'Eredità Intellettuale
La mancanza di un ampio riconoscimento pubblico fu, malgrado tutto, fonte di una certa amarezza per Charbonneau. Sicuramente, la critica senza mezzi termini del sistema, il rifiuto di stare al gioco dei media e la scelta di vivere più appartato ancora del suo amico Ellul non hanno facilitato le cose. Tuttavia, altri hanno fatto tali scelte ed hanno avuto sensibilmente più rinomanza, come Illich, François Partant, Castoriadis, e certamente lo stesso Jacques Ellul, con il quale Charbonneau ha vissuto una vera cooperazione intellettuale.
Jacques Prades sottolinea, a ragione, un'altra particolarità: il suo tono "imprecatore". Rileggendo "L'Hommauto", si aggiunge anche una forma poetica di scrittura, cosa rara e spesso disprezzata. Charbonneau, nella sua ultima lettera del febbraio 1996, esprimeva il desiderio di un incontro, se la malattia lo avesse permesso, un desiderio rimasto inespresso a causa del progredire della sua condizione. La sua opera, nonostante la relativa oscurità, rimane un faro di lucidità e un monito costante contro gli eccessi della tecnoscienza e della società dei consumi, offrendo una prospettiva critica che continua a ispirare movimenti e pensatori impegnati nella ricerca di un'alternativa autenticamente ecologica.